Una traduzione biblica che modifica sistematicamente i versetti che contraddicono le proprie dottrine non è una traduzione. È un argomento.


1. Una traduzione unica al mondo

La Watch Tower Society pubblica la propria versione della Bibbia dal 1950: la New World Translation of the Holy Scriptures (NWT), in italiano Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture.

La NWT è unica nel panorama delle traduzioni bibliche per almeno due ragioni. La prima: è stata tradotta da un comitato il cui nome non è mai stato reso pubblico dall’Organizzazione. I nomi sono emersi solo nel 1983, dalla testimonianza di Raymond Franz in Crisi di coscienza, quando tre dei quattro membri del comitato che indica erano ancora vivi; Nathan Knorr era morto nel 1977. La seconda: diversamente da qualsiasi altra traduzione biblica accademicamente riconosciuta, la NWT contiene un numero significativo di scelte traduttive che trovano pochissimi paralleli nelle altre versioni della Bibbia, scelte che, sistematicamente, si allineano con le dottrine specifiche dell’Organizzazione WTS.

Il rilievo è metodologico, e si verifica con i testi alla mano.


2. Il comitato di traduzione

L’identità dei traduttori della NWT non è mai stata resa pubblica dall’Organizzazione; i nomi circolano dagli anni ’80. L’Organizzazione ha sempre giustificato questo anonimato con l’argomento che i traduttori volevano rimanere umili e attribuire la gloria a Dio, non a se stessi.

I critici notano che l’anonimato rende impossibile la verifica accademica delle qualifiche del comitato. Una traduzione biblica, per essere valutata, richiede che si sappia chi ha tradotto: quali lingue padroneggiava, quale formazione teologica e filologica possedeva, quale metodo aveva seguito.

Le testimonianze disponibili, incluse quelle di Raymond Franz, che era membro del Corpo Direttivo durante i lavori di revisione e lo descrive in Crisi di coscienza, indicano che il principale traduttore era Frederick Franz, presidente dell’Organizzazione dal 1977 al 1992. Franz aveva studiato greco classico per due anni all’università ma non aveva mai completato una laurea in lingue bibliche. Non conosceva l’ebraico antico a livello accademico. Non aveva qualifiche formali in filologia semitica.

In un processo intentato in Scozia nel 1954 (Douglas Walsh v. Lord Advocate, Court of Session: la Watch Tower non era parte in causa, i suoi dirigenti deposero come testimoni), Franz fu interrogato sotto giuramento sulla NWT. Quando gli fu chiesto di rendere in ebraico il testo di Genesi 2:4, si rifiutò. L’episodio vale meno di quanto la sua notorietà suggerisca. Tradurre verso l’ebraico è un esercizio di composizione diverso dal tradurre dall’ebraico, e anche un ebraista di mestiere può declinare una retroversione a vista in aula di tribunale. Il punto probatorio non è il rifiuto in sé, è l’assenza, mai colmata, di una formazione filologica documentabile in capo a chi ha tradotto.


3. Giovanni 1:1, il versetto più discusso

Il caso più noto e più dibattuto della NWT riguarda Giovanni 1:1.

Il testo greco originale è:

Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ Λόγος, καὶ ὁ Λόγος ἦν πρὸς τὸν Θεόν, καὶ Θεὸς ἦν ὁ Λόγος.

La traduzione della frase finale, καὶ Θεὸς ἦν ὁ Λόγος, è resa nella grande maggioranza delle traduzioni, cattoliche e protestanti, conservatrici e liberali, allo stesso modo:

“e il Verbo era Dio” (e la Parola era Dio)

La NWT traduce:

“e la Parola era un dio“

Questa scelta, l’introduzione dell’articolo indeterminativo “un” prima di “dio”, è fondamentale per la dottrina antitrinitaria dei TdG. Se Gesù era “un dio” (con la minuscola), non era Dio stesso, e la trinità cristiana classica non regge.

Il problema grammaticale. In greco antico, il sostantivo Θεός (“Dio”) può apparire con o senza l’articolo determinativo ὁ. Quando appare senza articolo (come nella frase in questione: Θεὸς ἦν ὁ Λόγος), questo non significa automaticamente che si tratti di un “dio” nel senso di divinità minore. La regola grammaticale in questione, nota come Regola di Colwell (1933), descrive precisamente questo fenomeno: un predicato nominale definito che precede il verbo copulativo appare spesso senza articolo determinativo pur mantenendo il senso determinato.

La regola stabilisce meno di quanto le si fa dire. Colwell osserva che un predicato nominale già determinato, quando precede il verbo, tende a comparire senza articolo. Non consente l’inferenza inversa: dall’assenza dell’articolo non discende che il predicato sia determinato. Applicarla in quel senso è un errore logico ricorrente nel dibattito, e Philip Harner, nello studio del 1973 citato in fondo a questa pagina, propone una terza lettura: il predicato avrebbe valore qualitativo, indicherebbe cioè la natura e non l’identità.

La resa “un dio” resta isolata. Nessuna traduzione di larga diffusione la adotta, anche se il ventaglio non è unanime come si tende a dire: Moffatt rende “the Logos was divine” e Goodspeed “the Word was divine”, cioè né “Dio” né “un dio”. La discussione verte sul valore qualitativo del predicato, e nessuna delle due parti l’ha chiusa.


4. Colossesi 1:15-17 e la parola “altro”

Un secondo caso paradigmatico riguarda Colossesi 1:15-17, dove Paolo descrive Cristo:

“perché per mezzo di lui tutte le [altre] cose furono create nei cieli e sulla terra […] Tutte le [altre] cose sono state create per mezzo di lui e per lui. Ed egli è prima di tutte le [altre] cose e per mezzo di lui tutte le [altre] cose furono fatte esistere.”

Il testo è quello della Traduzione del Nuovo Mondo con riferimenti del 1987, dove la parola compariva fra parentesi quadre, perché assente nel testo greco originale, con una nota che rinviava a Luca 11:41, 42. Nei versetti 16 e 17 la NWT l’aggiunge quattro volte, e una quinta al versetto 20, «riconciliare di nuovo con sé tutte le [altre] cose». Il testo greco non la contiene. Nessuna traduzione accademica la contiene.

Perché l’Organizzazione la inserisce? Perché senza quella parola il testo implica che Cristo abbia creato tutto, incluso se stesso, il che sarebbe paradossale. La soluzione WTS è che Cristo ha creato tutto il resto, essendo lui stesso la prima creazione di Dio.

Ma quella parola non c’è. L’aggiunta di un «altro» implicito non è illegittima in sé: il greco πᾶς la ammette dove il contesto la impone, e la New International Version rende Luca 13:2 «all the other Galileans», tutti gli altri Galilei, senza che nessuno gridi alla manipolazione. Il problema è che in Colossesi 1:16-17 non c’è nulla nel contesto che la imponga. L’unica cosa che la richiede è la premessa che Cristo sia una creatura, cioè esattamente la conclusione che il versetto così tradotto serve a sostenere. La critica non riguarda la parola aggiunta; riguarda la circolarità dell’aggiunta.

C’è un secondo passaggio, e conta più del primo. Nella revisione della Traduzione del Nuovo Mondo del 2013, ripresa nell’edizione italiana del 2017, le parentesi quadre sono state rimosse, ma la parola è rimasta. Il testo oggi legge «tramite lui sono state create tutte le altre cose nei cieli e sulla terra», e nell’edizione corrente nulla indica al lettore che “altre” è un’aggiunta dei traduttori. La spiegazione c’è, ma sta altrove: l’edizione per lo studio, nella nota al versetto 16, riconosce che «alla lettera il testo greco qui direbbe “tutte le cose”» e difende la resa con il resto della Bibbia e con il valore che il termine greco ha in altri contesti. Correggere l’aggiunta avrebbe voluto dire toglierla; è stata invece tolta dal testo come segno e spiegata in una nota che chi legge l’edizione corrente non vede.


5. Il Nome divino nel Nuovo Testamento

La NWT è anche nota per l’inserimento sistematico del nome Geova nel Nuovo Testamento, 237 volte, nelle posizioni in cui appare la parola greca κύριος (“Signore”).

Il problema: non esiste alcun manoscritto greco del Nuovo Testamento che contenga il tetragramma YHWH o una sua trascrizione. Tutti i manoscritti greci noti del Nuovo Testamento riportano Κύριος (Signore) o Θεός (Dio) nei punti in cui la NWT scrive “Geova”. Nessuna base manoscritta sostiene quell’inserimento.

La giustificazione WTS: i traduttori sostengono che i copisti originali abbiano sostituito il nome divino con Κύριος in un momento imprecisato della tradizione manoscritta, e che loro stiano “ripristinando” il testo originale. Non esiste nessun manoscritto greco del Nuovo Testamento, nemmeno frammentario, che contenga il tetragramma. Su questo non c’è discussione, e l’apologetica infatti non parte da lì. Parte dalla Settanta, dove una sostituzione documentata esiste davvero: il papiro Fouad 266 e il rotolo greco dei Dodici Profeti trovato a Naḥal Ḥever, entrambi precristiani, scrivono il tetragramma in caratteri ebraici dentro un testo greco, mentre i codici cristiani dei secoli successivi in quegli stessi punti hanno κύριος. Su questa base George Howard propose nel 1977, sul Journal of Biblical Literature, che anche gli autografi del Nuovo Testamento contenessero il nome nelle citazioni veterotestamentarie, sostituito poi dai copisti. La proposta non basta a giustificare la prassi della Traduzione del Nuovo Mondo, per due ragioni che Howard stesso mette in chiaro. La prima è che si tratta di una teoria: «esporremo una teoria», scrive in apertura, e chiude avvertendo di essersi trattenuto dal trarre conclusioni «per la natura rivoluzionaria della tesi». La seconda è che riguarderebbe le citazioni dall’Antico Testamento, mentre la Traduzione del Nuovo Mondo scrive «Geova» anche dove nessuna citazione c’è: l’ipotesi, ammesso che regga, non coprirebbe comunque il grosso delle 237 occorrenze.


6. La valutazione accademica

La NWT è stata valutata da un numero considerevole di studiosi di Bibbia, filologi, esegeti e teologi nel corso dei decenni. Il quadro non è quello di una condanna unanime. La valutazione è differenziata per problema: apprezzamenti sulla letteralità, divisione su Giovanni 1:1, convergenza critica sull’inserimento del nome divino nel Nuovo Testamento.

Jason BeDuhn, professore di studi religiosi alla Northern Arizona University, ha pubblicato nel 2003 Truth in Translation: Accuracy and Bias in English Translations of the New Testament, uno studio comparativo sistematico di nove traduzioni del NT. BeDuhn non è un apologeta anti-WTS: è un accademico che applica criteri filologici neutrali.

BeDuhn colloca la NWT fra le traduzioni più letterali del campione che esamina, e su Giovanni 1:1 difende la resa “un dio”: sostiene che l’assenza dell’articolo davanti a theos vada resa con l’indeterminativo, e che siano semmai le traduzioni tradizionali a portare il peso di una scelta teologica.

La critica che BeDuhn muove alla NWT è un’altra: l’inserimento di “Geova” 237 volte nel Nuovo Testamento, dove nessun manoscritto greco lo riporta. Sullo stesso punto trattato più sopra il suo giudizio va in direzione opposta a quello su Giovanni 1:1.

BeDuhn è l’accademico più citato dagli apologeti dei Testimoni di Geova proprio perché su quel versetto dà loro ragione. Attribuirgli il contrario significherebbe fare, su scala minore, esattamente ciò che questo sito contesta all’Organizzazione.

Bruce Metzger (1914–2007), professore emerito di Princeton Theological Seminary, membro della commissione editoriale della Revised Standard Version e della New Revised Standard Version, autore di The Text of the New Testament e A Textual Commentary on the Greek New Testament, è tra le voci più autorevoli della critica testuale biblica del XX secolo.

La sua valutazione della resa di Giovanni 1:1 nella NWT si trova in un saggio del 1953:

«Molto più perniciosa, nello stesso versetto, è la resa “… e la Parola era un dio” […]. Di fatto, però, una simile resa è un errore di traduzione spaventoso.»
— Bruce M. Metzger, “The Jehovah’s Witnesses and Jesus Christ: A Biblical and Theological Appraisal”, Theology Today 10/1, aprile 1953, pp. 65-85, il passo a pp. 74-75 (traduzione dall’inglese)

Gli aggettivi che si citano di solito non sono una scala e non riguardano tutti la stessa cosa. Metzger usa «erronee» in generale per diverse rese della NWT, aprendo la sezione sulle traduzioni sbagliate; «perniciosa» ed «errore di traduzione spaventoso» riguardano Giovanni 1:1; «riprovevole» non è riferito alla traduzione, ma alla rappresentazione politeista che secondo lui ne discende se i Testimoni la prendono sul serio. Nessuno di questi giudizi imputa a chi ha tradotto un’alterazione consapevole del testo; l’intenzionalità si dimostra con quello che segue in questa pagina, non con un aggettivo.

Quel giudizio non compare in un manuale di critica testuale, ma in un saggio dedicato ai Testimoni di Geova e apertamente valutativo. Il peso della competenza di Metzger resta; il contesto è quello di una presa di posizione, non di una scheda tecnica neutrale.


7. Perché questo conta

Qualcuno potrebbe obiettare: tutte le traduzioni bibliche riflettono i presupposti teologici dei traduttori. È vero. Non esiste una traduzione neutrale.

Il problema della NWT non è che rifletta una teologia. Il problema è che:

  1. I traduttori non rivelano la propria identità né la propria formazione, e questo rende impossibile la verifica accademica del loro lavoro.
  2. Le scelte traduttive difformi dalla tradizione accademica si concentrano sistematicamente nei versetti che riguardano la natura di Cristo, il nome di Dio e l’autorità dell’Organizzazione.
  3. Alcune scelte non sono semplici varianti traduttive. L’inserimento di “Geova” nel NT non ha base manoscritta; l'”altre” di Colossesi non è imposto dal testo greco e si regge sulla premessa dottrinale che dovrebbe dimostrare.
  4. L’Organizzazione presenta la NWT ai propri membri come la traduzione più accurata esistente, senza confronto critico con le evidenze contrarie.

Una traduzione che aggiunge parole non presenti nel testo originale, senza più segnalarle come tali nel testo, e che lo fa sistematicamente nei versetti dottrinalmente sensibili, non è una traduzione biblica. È un documento dottrinale vestito da traduzione.


Da qui in avanti non è documentazione: è la lettura dell’autore.

8. La posizione di Morpheo

Ho studiato le Scritture con la NWT per anni. Era la Bibbia. Non una Bibbia: la Bibbia. L’idea che potesse contenere scelte dottrinalmente motivate non mi sfiorava, non perché fossi ingenuo, ma perché non avevo mai avuto motivo di confrontarla con altre versioni in modo critico.

Quando ho cominciato a farlo, affiancando la NWT alla Bibbia di Gerusalemme, alla New International Version, alla traduzione interlineare greco-italiana, la differenza in certi passaggi era evidente. Non sottile: evidente. Un “un” che non c’era. Una parola in parentesi quadre che non c’era nel greco. Un nome inserito 237 volte dove nessun manoscritto lo mette.

Non ho bisogno di essere un teologo per vedere queste cose. Basta avere un’edizione interlineare del Nuovo Testamento greco in mano e guardarla con onestà.

Il problema non è che i Testimoni di Geova abbiano la loro interpretazione biblica. Il problema è che leggono un testo che, nei passaggi dottrinalmente cruciali, è stato modificato per sostenere quella interpretazione, e non lo sanno. O meglio: non hanno avuto gli strumenti per verificarlo.

Questo sito è anche uno di quegli strumenti.


9. Fonti

  • BeDuhn, Jason. Truth in Translation: Accuracy and Bias in English Translations of the New Testament. University Press of America, 2003. [archive.org]
  • Metzger, Bruce M. “The Jehovah’s Witnesses and Jesus Christ: A Biblical and Theological Appraisal.” Theology Today 10, n. 1 (aprile 1953): 65-85. [doi]
  • Metzger, Bruce M. A Textual Commentary on the Greek New Testament. Deutsche Bibelgesellschaft / United Bible Societies, 2ª ed. 1994. [archive.org]
  • Colwell, E.C. “A Definite Rule for the Use of the Article in the Greek New Testament.” Journal of Biblical Literature 52 (1933): 12-21. [doi]
  • Harner, Philip B. “Qualitative Anarthrous Predicate Nouns: Mark 15:39 and John 1:1.” Journal of Biblical Literature 92 (1973): 75-87. [doi]
  • Watch Tower Bible and Tract Society. New World Translation of the Holy Scriptures. Edizione 1984 (con riferimenti alle note al testo); edizione 2013 (revisione).
  • Franz, Raymond. Crisis of Conscience. 4ª ed., Commentary Press, 2004 (1ª ed. 1983). (sul comitato di traduzione e la NWT) [PDF]
  • Douglas Walsh v. The Right Honourable James Latham Clyde (Lord Advocate), Court of Session, Scozia, novembre 1954. Riproduzione digitale del transcript a stampa, non edizione ufficiale. [trascrizione]

[VERIFICATO] Ogni affermazione di fatto è stata ricondotta a una fonte controllabile. Come classifico le fonti.

Cronologia delle verifiche

Prima pubblicazione: 3 aprile 2026. Ultima verifica: 6 ottobre 2026.

Correzioni di sostanza applicate nelle revisioni di luglio, agosto e ottobre 2026:

  • 6 ottobre 2026. Corretto il passo su Colossesi 1:16-17, ora citato come nella Traduzione del Nuovo Mondo con riferimenti del 1987, con le quattro aggiunte di «altre» e la quinta al versetto 20, e precisato che l’edizione per lo studio giustifica la parola in nota. Sostituita la citazione di Metzger, che univa frasi diverse, con il passo reale, e tolta la «scala» dei quattro aggettivi. I traduttori non furono identificati postumamente: Raymond Franz ne fece i nomi nel 1983, quando tre di loro erano vivi.
  • 31 luglio 2026. Tolto «il quadro è uniforme» dalla valutazione degli studiosi sulla Traduzione del Nuovo Mondo: era smentito dai due paragrafi immediatamente successivi, che riportano BeDuhn in direzione opposta a Metzger. Non c’è una condanna unanime, e la cosa è più interessante così: apprezzamenti sulla letteralità, divisione su Giovanni 1:1, convergenza critica sull’inserimento del nome divino nel Nuovo Testamento.
  • Corretta la lettura dei quattro aggettivi di Metzger. La decomposizione semantica era una mia glossa presentata come contenuto delle sue parole, e l’ultimo passaggio gli metteva in bocca un’imputazione di dolo: dire che una traduzione è riprovevole non equivale a dire che chi l’ha fatta ha alterato il testo consapevolmente. La tesi dell’intenzionalità va sostenuta con quello che segue nella pagina, non estratta da un aggettivo.
  • Corretta la critica a Colossesi 1:16-17. Affermavo il movente dell’aggiunta di «altro» come fatto, ed è confutabile in due righe: integrare un «altro» implicito non è illegittimo in sé, e la New International Version lo fa in Luca 13:2 senza che nessuno gridi alla manipolazione. Il problema è che qui nulla nel contesto lo impone, tranne la premessa che Cristo sia una creatura, cioè la conclusione stessa. La critica corretta è la circolarità.
  • Ridimensionato il rifiuto di Frederick Franz di rendere in ebraico Genesi 2:4. Vale meno di quanto la sua notorietà suggerisca: tradurre verso l’ebraico è un esercizio di composizione diverso dal tradurre dall’ebraico, e anche un ebraista di mestiere può declinare una retroversione a vista in aula di tribunale. Il punto probatorio è l’assenza, mai colmata, di una formazione filologica documentabile.
  • Riscritto il passaggio sul tetragramma. Resta vero che non esiste alcun manoscritto greco del Nuovo Testamento che lo contenga, ma il lettore che incontrava dalla parte apologetica il papiro Fouad 266, il rotolo dei Dodici Profeti di Naḥal Ḥever e la proposta di George Howard del 1977 trovava questa pagina impreparata. L’argomento resta vincibile, e va vinto invece che ignorato.
  • Riscritto il paragrafo su Jason BeDuhn con la sua posizione reale: in Truth in Translation difende «un dio» in Giovanni 1:1 come resa accurata e critica invece le inserzioni del nome divino.
  • Riformulata la Regola di Colwell, che era usata al contrario: l'assenza dell'articolo davanti al predicato nominale non decide tra «Dio» e «un dio», e la questione riguarda il valore qualitativo del predicato.