Crescere come Testimone di Geova in Italia significa spesso costruire una doppia vita: un’identità rivolta all’interno dell’organizzazione e un’altra verso il mondo esterno.

Il bambino TdG impara presto che esistono due mondi. Quello dentro e quello fuori. E impara, ancora prima, che non si può appartenerli entrambi.


1. Il bambino tra due mondi

Crescere come Testimone di Geova in Italia significa crescere in una condizione strutturale di alterità. Non l’alterità della minoranza che viene discriminata — almeno non sempre. L’alterità di chi vive fisicamente in un contesto ma appartiene, per definizione dottrinale e pratica quotidiana, a un sistema di valori parallelo.

Questa alterità si manifesta in una serie di punti di attrito con la cultura dominante — attorno ai quali si costruisce, fin dall’infanzia, un’identità duale.


2. Le feste

Il punto di attrito più visibile, quello che ogni bambino TdG sperimenta nel momento in cui comincia la scuola, è quello delle feste.

I Testimoni di Geova non celebrano il Natale, la Pasqua, il Capodanno, il compleanno, la festa della mamma, la festa del papà, l’Epifania, Halloween, il Carnevale. La base dottrinale è coerente: queste festività hanno origini pagane o non sono prescritte dalla Bibbia; celebrarle significherebbe conformarsi al mondo.

In un contesto italiano — dove le feste hanno un peso culturale, familiare e sociale enorme, dove il Natale è il centro della vita sociale di dicembre, dove il compleanno è un rito di appartenenza — questo mette il bambino TdG in una posizione di isolamento sistematico.

Non puoi partecipare alla recita di Natale della scuola. Non puoi festeggiare il tuo compleanno o quello dei compagni. Non puoi scambiarti i regali. Non puoi mangiare il pandoro portato in classe. Ogni anno, ogni festa scolastica, ogni evento ricorrente è un momento in cui sei diverso — e quella differenza non è opzionale.

I bambini TdG sviluppano strategie per gestire questa alterità. Alcuni la vivono come un vanto — sono speciali, separati, scelti. Altri la vivono come una ferita silenziosa. Molti fanno entrambe le cose in momenti diversi, spesso senza capire bene la differenza.


3. I dati

I numeri disponibili danno la misura del fenomeno. Il Global Survey of Jehovah’s Witnesses del 2017 (n=5.370, distribuiti principalmente in Nord America e Europa) ha rilevato che il 54,3% dei partecipanti cresciuti come TdG ha subito bullismo a scuola per le proprie credenze. Il 58,4% non ha frequentato l’università mentre era nell’Organizzazione — dato che l’Organizzazione stessa scoraggiava gli studi superiori con insistenza. Il 52,1% ha poi subito uno svantaggio economico diretto come conseguenza di quegli insegnamenti.

In Italia, la ricerca di Rocco Masiello del 2020 ha documentato le esperienze di dieci adulti italiani disassociati dalle loro congregazioni. Il dato più ricorrente nelle testimonianze è la disgregazione totale della rete sociale:

«Non esisti più. Annullata.»
— Miriam, 57 anni (Masiello 2020, p. 24)

«Sono stato messo alla porta. […] Con mio fratello non ci sentivamo neanche per telefono. Ci siamo visti in dodici anni forse dieci volte.»
— Marco, 32 anni (Masiello 2020, p. 25)

Chloe fu disassociata a sedici anni. A convocare il comitato giudiziario fu suo padre, anziano della congregazione. Non aveva ancora finito le scuole superiori.


4. La trasfusione di sangue a scuola

Un tema che emerge nelle famiglie TdG italiane è quello delle carte mediche — il documento che i genitori firmano dichiarando che il figlio minore non può ricevere trasfusioni di sangue, nemmeno in caso di emergenza.

Alcune famiglie TdG lo depositano agli istituti scolastici. Questa pratica — la cui legittimità giuridica è discussa in Italia, poiché i diritti del minore non possono essere limitati dalla scelta religiosa dei genitori — crea situazioni potenzialmente pericolose in caso di incidenti durante attività scolastiche o gite.

I bambini TdG crescono sapendo di portare questo peso. Non tutti lo nominano — ma è parte della loro consapevolezza corporea: il loro corpo è soggetto a regole che non hanno scelto, in situazioni che potrebbero riguardare la vita o la morte.


5. La scuola e i compagni

La socializzazione scolastica è il terreno principale su cui si costruisce — e si incrina — l’identità del bambino TdG.

Le amicizie con i compagni di classe sono formalmente permesse ma praticamente limitate. Non si va alle feste di compleanno. Non si porta il compagno a casa se i genitori non approvano. Non si partecipa a certe attività sportive o extrascolastiche che si sovrappongono alle adunanze (martedì sera e sabato mattina sono i giorni standard delle riunioni congregazionali, ai quali si aggiunge la predicazione del sabato).

L’adunanza del giovedì sera — oggi sostituita dalla “riunione infrasettimanale” del martedì — era, per molti bambini TdG degli anni ’80 e ’90, il motivo per cui non si poteva guardare la televisione con i compagni il giorno dopo: si aveva da studiare, si era stanchi, si era stati fuori fino alle 22.

Questo non significa che le amicizie fossero impossibili. Significa che erano sistematicamente subordinate alle esigenze dell’Organizzazione — e che i bambini TdG imparavano presto a negoziare, a spiegare, a scusarsi, a essere diversi.


6. La doppia vita come adattamento

Molti bambini TdG — lo documentano le ricerche italiane e internazionali sugli ex-membri — sviluppano una “doppia vita” come strategia di sopravvivenza sociale. Dentro la congregazione sono il bambino modello: studia le pubblicazioni, partecipa alle adunanze, risponde alle domande dei corsi di studio. Fuori dalla congregazione, cerca di essere il più normale possibile — con tutto ciò che questo significa in termini di dissimulazione.

Questa doppia vita non è ipocrisia. È adattamento. È il modo in cui un bambino intelligente gestisce due sistemi di aspettative incompatibili su di lui in contemporanea.

Il problema è che questo adattamento ha un costo. Si impara presto che la propria identità vera — quella che naviga tra i due mondi — non può essere mostrata integralmente né nell’uno né nell’altro. Si impara a tenere i compartimenti separati. Si impara che mostrare la totalità di sé è pericoloso.

Questo è il primo addestramento al silenzio.


7. Il video del congresso mondiale 2016

Nel 2016 l’Organizzazione distribuì in tutto il mondo — durante i congressi distrettuali — un video destinato a illustrare ai fedeli come comportarsi con i figli disassociati. Una ragazza racconta la propria esperienza dopo essere stata espulsa:

«In seguito mio padre mi spiegò che dovevo andarmene via di casa. […] Mi disse che stavo avendo un’influenza negativa su mio fratello e mia sorella più piccoli.»

La scena centrale del video mostra la madre che guarda il telefono vibrare con il numero della figlia. Deliberatamente decide di non rispondere.

«Io provavo a contattarli. Volevo solo parlare, sentire la loro voce. […] Anche loro avevano pensato di mettersi in contatto con me, ma sapevano che se lo avessero fatto avrebbe potuto farmi credere che non c’era bisogno di tornare a Geova.»

Il video non è materiale prodotto da un critico dell’Organizzazione. È materiale ufficiale WTS, distribuito globalmente nei congressi. Mostra a genitori e figli come si gestisce lo shunning. La ragazza alla fine torna nell’Organizzazione. Il video si chiude con la famiglia riunita.


8. Il peso sulle famiglie

La doppia vita non è solo un fenomeno individuale. È un fenomeno familiare.

I genitori TdG italiani si trovano in una posizione complicata: vogliono proteggere i figli dall’ostilità del mondo esterno, vogliono trasmettergli i valori in cui credono, e al tempo stesso vedono i figli pagare un prezzo sociale reale per quelle scelte. Molti genitori — non tutti, ma molti — soffrono per questo. Alcuni cercano di ammorbidire le regole in privato. Altri le applicano con rigore maggiore proprio perché sentono la pressione.

Il risultato è spesso una tensione non detta all’interno della famiglia stessa: il figlio sa che il genitore sa che le cose sono difficili, ma nessuno dei due può dirlo apertamente perché dirlo significherebbe mettere in discussione qualcosa che è molto più grande di loro due.


9. La posizione di Morpheo

Conosco questa storia dall’interno. La doppia vita non era una scelta che ho fatto consciamente: era il sistema in cui mi muovevo. A scuola ero abbastanza normale da non essere completamente escluso. In congregazione ero abbastanza presente da non essere considerato un problema. Nel mezzo — nella mia testa — tenevo tutto separato con una precisione che oggi riconosco come precoce.

C’è qualcosa di strano nell’essere un bambino che impara presto a gestire la propria identità come un sistema di compartimenti. Non lo vivi come qualcosa di sbagliato: lo vivi come necessario. Come il modo in cui funziona il mondo.

Solo molto più tardi capisci che non è il modo in cui funziona il mondo. È il modo in cui funziona un sistema che richiede da te più di quanto tu possa dare senza dividerti.


10. Fonti

  • Masiello, Rocco. L’ostracismo nella comunità dei Testimoni di Geova in Italia. Elaborato finale, Corso di Laurea in Psicologia, Università Telematica Internazionale UNINETTUNO, 2020. [pp. 24–28: testimonianze di 10 ex-TdG italiani disassociati; pp. 7–12: struttura organizzativa WTS e citazioni TdG sull’ostracismo]
  • JWsurvey.org. The 2017 Global Survey of Jehovah’s Witnesses. 2017. [n=5.370; Q88: 54,3% bullizzati a scuola; Q89: 58,4% non ha frequentato l’università; Q91: 52,1% svantaggio economico]
  • Watch Tower Bible and Tract Society. Video congressi 2016: “Return to Jehovah” — documentazione della pratica dello shunning familiare come contenuto ufficiale WTS.
  • Introvigne, Massimo. I Testimoni di Geova. Elle Di Ci, 1995.
  • Hassan, Steven. Combating Cult Mind Control. Park Street Press, 1988. (cap. 5: effetti del controllo comportamentale sui minori)