In Italia la dottrina del sangue ha prodotto decenni di battaglie giudiziarie e un dibattito etico che la comunità medica non ha ancora chiuso.
1. Una dottrina che incontra il sistema sanitario
La dottrina del rifiuto delle trasfusioni di sangue — analizzata in dettaglio nella Parte II di questo sito — incontra il sistema sanitario italiano in un contesto giuridico specifico: quello del consenso informato, dei diritti del paziente, e della tutela del minore.
In Italia, come nella maggior parte degli ordinamenti occidentali, il paziente adulto e capace di intendere e volere ha il diritto di rifiutare qualsiasi trattamento medico, incluse le trasfusioni. Questo principio — sancito dall’art. 32 della Costituzione e dalla Legge 219/2017 sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento — è incontestato in linea di principio.
Il conflitto giuridico e etico si apre su due fronti: i casi di emergenza, in cui il paziente è incosciente o non in grado di esprimere il consenso nel momento critico, e i minori, per i quali il rifiuto dei genitori si scontra con il diritto del figlio alla vita.
2. Il paziente adulto incosciente
Il caso classico è questo: un Testimone di Geova adulto porta con sé una carta che dichiara il rifiuto preventivo di trasfusioni di sangue. In caso di incidente o emergenza chirurgica, il paziente perde conoscenza. I medici si trovano davanti alla scelta: rispettare il documento o intervenire per salvare la vita.
Per decenni, la giurisprudenza italiana su questo punto è stata incerta e contraddittoria. In alcuni casi i medici hanno trasfuso il paziente incosciente e sono stati poi convenuti in giudizio dai familiari TdG. In altri casi i medici hanno rispettato il rifiuto documentato e il paziente è morto.
La Legge 219/2017 sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) ha cercato di chiarire la questione: il rifiuto anticipato di trattamenti specifici, documentato nel rispetto dei requisiti formali previsti dalla legge, è vincolante per i medici anche in caso di perdita di coscienza del paziente — a condizione che le circostanze corrispondano a quelle indicate nelle DAT.
La Corte di Cassazione, sezione III civile, con la sentenza n. 23676 del 15 settembre 2008 ha fissato il criterio: il dissenso al trattamento deve essere “espresso, inequivoco, attuale, informato”. Un cartellino con la scritta “niente sangue” trovato addosso a un paziente incosciente non basta, perché esprime “una volontà non concreta ma astratta” e non attuale, riferita cioè a una situazione diversa da quella in cui il medico si trova a decidere.
La conseguenza pratica è che una carta firmata anni prima, fuori da un contesto clinico definito, non vincola automaticamente il medico. Vincola invece una disposizione anticipata redatta secondo la Legge 219/2017, che di quel criterio è la traduzione normativa.
In pratica, la situazione rimane complessa: le carte TdG di rifiuto delle trasfusioni non sempre soddisfano i requisiti formali delle DAT, e i medici si trovano spesso a dover prendere decisioni in condizioni di incertezza giuridica e urgenza clinica.
3. I minori: il caso più difficile
Il fronte più controverso è quello dei minori. I genitori TdG rifiutano le trasfusioni per i propri figli sulla base della stessa dottrina che applicano a se stessi. Ma qui il diritto italiano interviene con forza.
Quando il paziente è minorenne la strada non passa dalla Cassazione ma dall’intervento d’urgenza del giudice: il medico segnala, e il tribunale per i minorenni o il giudice tutelare può sospendere o limitare la responsabilità genitoriale per il tempo necessario e autorizzare la trasfusione. Sono provvedimenti che si adottano in poche ore.
Il quadro non è però pacifico come viene spesso raccontato. Esistono pronunce di merito che hanno escluso la limitazione della responsabilità genitoriale sulla base del solo rifiuto, e casi in cui pazienti adulti trasfusi contro la propria volontà dichiarata hanno ottenuto un risarcimento. Chi cerca qui una regola valida per ogni caso non la troverà, perché non c’è.
In pratica: quando un bambino TdG ha bisogno di una trasfusione salvavita e i genitori rifiutano, i medici possono — e spesso devono — ricorrere all’autorità giudiziaria. Il tribunale, in molti casi in poche ore, nomina un tutore temporaneo o autorizza direttamente la trasfusione.
I casi documentati in Italia di questo tipo sono numerosi. Le sentenze della Cassazione hanno creato nel corso degli anni una giurisprudenza abbastanza consolidata a favore della trasfusione in casi di minori, anche contro il volere dei genitori.
4. La morte per rifiuto di trasfusione: i casi italiani
Nonostante la protezione giuridica per i minori, i casi di TdG adulti morti per rifiuto di trasfusione sono documentati in Italia.
Non esiste un registro ufficiale pubblico. I casi emergono attraverso le cronache giudiziarie, le pubblicazioni mediche, le testimonianze di operatori sanitari. Alcune morti sono state oggetto di procedimenti penali contro i medici che non avevano trasfuso, altri contro i parenti che avevano impedito l’intervento.
Uno degli aspetti più dolorosi di questi casi è la pressione congregazionale che viene esercitata sul paziente nel momento della crisi. Le testimonianze di medici e infermieri italiani descrivono situazioni in cui, al capezzale del paziente in condizioni critiche, erano presenti anziani della congregazione che monitoravano la situazione e ricordavano al paziente la propria dottrina.
Un paziente che in condizioni normali potrebbe avere dubbi — e che in un momento di crisi potrebbe voler accettare la trasfusione — si trova sotto pressione congregazionale nel momento più vulnerabile della sua vita.
Il Global Survey of Jehovah’s Witnesses del 2017 (sottocampione di 4.779 rispondenti) offre un’indicazione dall’interno: il 22,4% dei TdG e ex-TdG intervistati ha dichiarato che accetterebbe «segretamente» una trasfusione se la propria vita fosse in gioco — pur dichiarandosi pubblicamente contrario. Il 23,3% (1.113 su 4.786 rispondenti) conosce personalmente un TdG o un figlio di TdG morto per rifiuto di trasfusione. Il sondaggio non è un campione rappresentativo: è un questionario online a partecipazione volontaria, diffuso attraverso reti di ex membri, e va letto come indicazione e non come stima di prevalenza.
5. La risposta della comunità medica italiana
La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) e le principali società scientifiche italiane hanno prodotto nel corso degli anni linee guida e posizioni ufficiali sul tema del rifiuto di trasfusioni da parte di TdG.
Il consenso della comunità medica è articolato:
- Il rifiuto di un adulto capace e informato deve essere rispettato, anche se la decisione appare irrazionale ai medici.
- Il rifiuto deve essere valutato con attenzione: è il paziente davvero libero di esprimerlo, o è sotto pressione di terzi?
- Per i minori, l’interesse superiore del bambino prevale sulla scelta religiosa dei genitori.
- Il medico che trasfonde in situazione di emergenza un paziente incosciente senza documentazione adeguata del rifiuto non commette un illecito.
Queste posizioni sono eticamente solide ma praticamente difficili da applicare in condizioni di emergenza — dove il tempo è limitato e la documentazione dei TdG è spesso ambigua.
6. La posizione di Morpheo
Ho vissuto per anni con la consapevolezza che, in caso di incidente grave, non avrei potuto ricevere una trasfusione. Non come paura astratta: come dato di fatto, parte del paesaggio della propria vita. Come i TdG portano con sé la carta, ti viene insegnato a portare quella consapevolezza.
Non è una sensazione neutra. Hai in te questa certezza — che c’è un limite a ciò che i medici potranno fare per te — e quella certezza è presentata come virtù. Come fedeltà. Come amore per Dio.
Solo dopo ho capito che non è fedeltà. È il trasferimento del rischio della vita da te all’Organizzazione — e l’Organizzazione non muore al tuo posto.
La dottrina del sangue continua a uccidere persone in Italia. Non tante, non ogni anno, non con la regolarità delle statistiche grandi. Ma una per volta, in ospedali sparsi per il paese, in situazioni in cui una sacca di sangue avrebbe risolto tutto — e non c’era, perché qualcuno aveva firmato una carta.
7. Fonti
- Legge 219/2017 — “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”. Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 12, 16 gennaio 2018.
- Corte di Cassazione, sez. III civile, sentenza 15 settembre 2008, n. 23676 (dissenso alle emotrasfusioni: requisiti di validità).
- Corte di Cassazione penale, sentenza 30 settembre 2008, n. 37077 (profilo penale della medesima vicenda).
- FNOMCeO. “Il rifiuto delle cure e il diritto a morire: principi fondamentali e orientamenti applicativi.” Roma, 2008.
- Santosuosso, Amedeo. “Il paziente non vuole essere trasfuso: breve storia di un conflitto.” Rivista italiana di medicina legale 24 (2002): 1-22.
- Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, Art. 3 (ratificata dall’Italia con L. 176/1991).
- JWsurvey.org. The 2017 Global Survey of Jehovah’s Witnesses. 2017. [Q47: 22,4% accetterebbe sangue «segretamente»; Q51: 23,3% conosce personalmente un TdG morto per rifiuto trasfusione]